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In Europa, si vive bene. Forse anche troppo. «I ristoranti sono pieni», è stato fatto notare. Ma possiamo davvero permettercelo? La prosperità non è mai un dono, ma il frutto di un sacrificio. Sono gli uomini forti a generare i tempi prosperi. Ma nei tempi prosperi si indebolisce lo spiritoLa forza, quando non è più necessaria, si atrofizza. La celebre citazione è attribuita a G. Michael Hopf.: ogni civiltà, quando dimentica la fatica che l’ha costruita, si avvicina all’orlo del declino.

Si è detto spesso — e con ragione — che l’America ha costruito la propria ricchezza grazie al duro lavoro. Oggi, è la Cina a ripercorrere quella via, ed è proprio questo, al di là di ogni giudizio morale, che alimenta la sua ascesa. “996”Ossia, lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera per 6 giorni alla settimana. è dunque un orario brutale, e al tempo stesso rappresenta una brutale verità per l’Europa.

Occorre innanzitutto sgomberare la mente dalle scorciatoie illusorie. «Lavorare meno, lavorare meglio». Certamente. Ma il meglio non nasce dal nulla: l'efficienza è il risultato di esperienza, disciplina e fallimenti. È il risultato della fatica, non il suo sostituto. «Assumere più personale». Anche questo può aiutare, purché vi sia sufficiente valore da sostenere quei salari. Moltiplicare le persone non significa moltiplicare automaticamente la produttività. «Redistribuire la ricchezza». Ma la ricchezza non è una miniera da cui estrarre indefinitamente risorse già presenti: deve essere continuamente alimentata. «Affidarsi alla tecnologia». Certamente. Ma qualcuno deve pur progettare, costruire e mantenere quella tecnologia. E quel qualcuno, almeno all'inizio, lavora quasi sempre più degli altri.

Questo peso ricade quasi sempre sul founder. È lui che si assume il rischio, lavora quando gli altri riposano e possiede quella particolare stamina per continuare quando i risultati tardano ad arrivare. E allo stesso tempo, per confrontarsi con la materia più difficile: gli esseri umani. Ovvero, riuscire a guidare persone con la «diligenza del buon padre di famiglia» laddove la natura umana conserva una tendenza innata deferente verso la forza, spesso ingrata verso la correttezza. Mantenere la direzione è dunque un esercizio estremo di intenzionalità e di mantenimento della lucidità senza cedimenti interiori.

Saremo costretti ad adottare il “997” per tenere il passo alla concorrenza geopolitica? Forse no. Ma come nell’amore (LINK amore), dove non basta una buona intenzione, ma è la quantità di tempo dedicata all’amato a costruire il legame, così nel lavoro è la quantità di tempo, l’impegno quotidiano, la presenza costante che forgiano il successo. Non un semplice esercizio di forza fine a se stesso, ma un atto di dedizione profonda.

Certamente l’impegno eccezionale non deve essere una scelta obbligata. L'azienda si può definire come «un compromesso al conflitto tra gli stackholder»Robert Edward Freeman, e questa equazione ammette più soluzioni: un lavoro che chiede tanto e da tanto; oppure una vita tranquilla e uno stipendio dignitoso. Patti chiari e amicizia lunga. Entrambi sono legittimi. Ma perché i secondi possano esistere, è necessario che da qualche parte esistano anche i primi.

Chi sceglie di dedicarsi alla famiglia e dipende da altri per proprio benessere può aver bisogno di garanzie e stabilità. Ma dove la competizione è globale, le regole del gioco cambiano e rifiutarle equivale a perdere. Sindacati, contratti, regolamentazioni e settimane corte possono solo soffocare l’imprenditorialità domestica. Allo stesso tempo, ciò che supera l’ordinario richiede uno sforzo proporzionato, non certo timbrature e verbali d’assemblea.

Ma chi sceglie i lavori esposti alla competizione globale non è mero funzionario del proprio interesse. Nel bene e nel male, contribuisce alla prosperità della comunità in cui vive. Ogni impresa innovativa, ogni tecnologia, ogni prodotto competitivo nasce dall'impegno di individui disposti a fare più dell'ordinario.

Eppure il punto decisivo non è economico: è esistenziale.

Come osservava Frankl, chi possiede un “perché” sufficientemente forte può sopportare ogni “come”. La disponibilità al sacrificio non nasce dalla costrizione, ma dalla presenza di uno scopo percepito come degno.

La nostra società vive in un’ossessione econometrica dove il benessere spiriturale equivale al comfort, e così si è trovata in una crisi, tanto individuale quando collettiva, e non riesce a spiegarsela.

Per questo il vero problema dell'Europa non è l'orario di lavoro, ma la tensione verso il futuro. Una civiltà che conserva la prosperità ma smarrisce le ragioni per cui vale la pena impegnarsi rischia di perdere entrambe le cose: prima il significato, poi la ricchezza.

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